Jethro Tull
Milano, Teatro Smeraldo - 12 luglio 2003
Potevo
mancare all'unica data dei Jethro Tull a Milano? Ovviamente no, anche perché
rivedere a 35 anni di distanza la band che più ha segnato la mia formazione
musicale nello stesso teatro dove per la prima volte si affacciava in Italia
(era il 1968). E la magia si è ripetuta. Meno capelli, meno voce, un po' di
adipe attorno alla vita… ma la stessa voglia di stupire, lo stesso orgoglio
per tutti i periodi trascorsi (blues, rock, folk, progressive,…) che rivivono
nel concerto in una scaletta inusuale.
Ma prima di tutto vediamo le condizioni al contorno. Teatro pieno (tutto esaurito
nonostante i prezzi non particolarmente abbordabili soprattutto per le poltronissime
e la prevendita a 9,50 €) e solita reunion degli inossidabili appartenenti al
fan club italiano (felicemente denominato Itullians) che sta diventando a detta
dello stesso Ian Anderson il club europeo di riferimento, di cui faccio parte
sin dalla prima mitica convention. Tutti li, nelle prime file, pervasi dalla
convinzione che un concerto dei Jethro è comunque un evento. E' la storia che
si ripete, che si ripresenta e rivive, che si rifà realtà. Unico disappunto
un'insolita povertà di gadgets nel "banchetto" ufficiale: solo due magliette
(peraltro bruttine) ed un cappellino. Ma non c'è tempo per pensare, alle 21,30
la band entra e senza neppure un saluto parte una splendente ed accattivante
Living in the past completamente rivisitata nell'arrangiamento e nella durata.
Ed in sequenza altre due ore di brani a comporre una scaletta rinnovata che,
alle mancanze delle usuali ed Boureè e Thick as a brick, contrappone quattro
"fasi temporali": la rivitalizzazione del blues degli esordi (Nothing is easy,
Some day the sun won't shine for yoy,…), il progressive degli anni '70 (con
una strepitosa My God), il folk del medley Songs from the wood-Too old to rock'n'roll,
to young to die-Heavy horses e le ballate intimiste ed orientaleggianti degli
ultimi periodi (Beside myself, Dot Com). E ad impreziosire il tutto gli inserti
come la versione acustica, con Martin Barre al flauto, di Fat Man, la potenza
sonora di Hunting girl con un Doane Perry alla batteria dinamico come da anni
non riuscivo a sentire ed una onirica Budapest. Unica pecca a livello strumentale
il basso di Jonathan Noyce: sarà colpa mia ma non mi è mai sembrato all'altezza
dei Jethro. Per fortuna rimane quell'animale da palcoscenico di Ian Anderson
che spazia dal flauto traverso alla chitarra acustica (magistrale), all'armonica,
al flauto in bambù… Non un one-session man, ma un catalizzatore di suoni, un'icona
vivente dell'immaginario collettivo (almeno dell'intero "collettivo" dei presenti
al concerto). Un immaginario che è destinato ancora una volta a veder finire
due ore di emozioni in musica con l'ormai classica accoppiata di Locomotive
breath e Cherioo mentre i giganteschi palloni bianchi volano sulle nostre teste.
Poi le luci si spengono ed un'armoniosa e rassicurante What a Wonderful Life
ci accompagna all'uscita; ancora non sazi ma felici. Alla prossima.
(Gianluca Renoffio)